Quando interagiamo con un modello di Intelligenza Artificiale Generativa, la percezione dominante è quella dell’immaterialità. Chiedere un testo o un'immagine a un'IA generativa sembra un atto privo di peso, confinato alla superficie liscia di uno schermo. La realtà, tuttavia, ha la pesantezza dell'industria pesante. Il cloud non fluttua nell'aria: è ancorato a terra da tonnellate di cemento, microchip ad alta densità termica e un'infrastruttura vorace che si nutre, senza sosta, di energia elettrica e risorse idriche.
Negli ultimi mesi la Puglia — insieme a Lombardia e Piemonte — è diventata il terreno d’elezione per un’imponente operazione infrastrutturale promossa da fondi d’investimento e sviluppatori privati: la nascita della cosiddetta “Puglia Data Center Valley”. Presentata come l’occasione d’oro per trasformare la regione nel principale snodo di calcolo del Mediterraneo, l'operazione punta a una potenza di circa 2,2 Gigawatt — tassello di un'ondata di richieste che sfiora complessivamente più di 7 Gigawatt. A un’analisi tecnica e sistemica, tuttavia, il progetto rivela ombre profonde legate alla sostenibilità energetica, alla sicurezza delle falde acquifere e alla tutela delle risorse pubbliche.
In questo articolo:
Il quadro delle istanze a Terna e la sproporzione dei Gigawat
Il grande inganno dell’energia: i contratti PPA e i costi in bolletta
Le ragioni della scelta: fibra ottica e stazioni di approdo
Il progetto Adriatic DC: l’iniziativa “Italicum” e la corsa ai 2,2 Gigawatt
La fisica del raffreddamento: le insidie tecniche dei “circuiti chiusi”
La chimica degli scarichi e la vulnerabilità del carsismo pugliese
Il precedente americano: perché la crisi della Georgia riguarda da vicino la Puglia
Gli strumenti della democrazia ambientale: dal precedente di Rozzano all’Inchiesta Pubblica
Conclusioni
Fonti e Bibliografia
Il quadro delle istanze a Terna e la sproporzione dei Gigawatt
Per comprendere la reale portata di ciò che si sta configurando, occorre guardare i dati ufficiali di Terna S.p.A., il gestore della Rete di Trasmissione Nazionale ad alta tensione. A fine marzo 2026, sul portale dell’ente si registrano complessivamente 480 richieste di connessione per data center, per una potenza totale di ben 82,63 Gigawatt su scala nazionale.
L’area maggiormente interessata si conferma la Lombardia, in cima alla classifica con 273 richieste per 40,9 GW. Segue, distanziato, il Piemonte (59 richieste per 12,36 GW), mentre al terzo posto si colloca la Puglia, con 25 istanze formali per complessivi 7,14 Gigawatt di potenza.
A colpire non è soltanto il numero delle domande, ma l’imponente potenza elettrica in gioco. Se i 7,14 GW rappresentano il carico complessivo ipotizzato per l’intera regione, la quota di 2,2 Gigawatt riconducibile al solo mega-hub di Adriatic DC fa già tremare i polsi: equivale alla potenza nominale prodotta da oltre due reattori nucleari di grande taglia in funzione simultanea.
Ma il dato ancora più emblematico emerge traducendo la potenza in consumo energetico continuo. Un complesso di data center da 2,2 Gigawatt che lavora a pieno ritmo H24 per 365 giorni assorbe circa 17 Terawattora (TWh) di energia elettrica all’anno.
Calando questo numero nella realtà del territorio emerge un paradosso enorme: 17 Terawattora rappresentano l’equivalente esatto del consumo elettrico annuo dell’intera Regione Puglia, sommando le abitazioni di oltre quattro milioni di residenti, le industrie, i comparti commerciali, gli ospedali e l’illuminazione pubblica. I soli fabbisogni dei server di un singolo polo finirebbero per eguagliare la richiesta energetica complessiva regionale e superare di oltre quattro volte il consumo domestico di tutte le famiglie pugliesi messe insieme. Qualora poi venissero autorizzate tutte le 25 istanze da 7,14 GW, il consumo teorico schizzerebbe a oltre 60 TWh: quasi quattro volte l’intero fabbisogno regionale attuale.
Il grande inganno dell’energia: i contratti PPA e i costi in bolletta
Di fronte a cifre simili la domanda sorge spontanea: se la Puglia produce già così tanta energia, perché questo afflusso non rappresenta una semplice opportunità di sviluppo, e perché quella risorsa non va a beneficio del territorio?
La risposta risiede nei meccanismi finanziari con cui i colossi del tech si assicurano le forniture. La Puglia è la prima regione d’Italia per produzione da fonti rinnovabili, in particolare eolica e fotovoltaica. Tuttavia, i grandi gestori del calcolo non acquistano l’energia sul mercato al dettaglio come i comuni cittadini: stipulano i cosiddetti Power Purchase Agreements (PPA). Si tratta di contratti privati a lungo termine — solitamente di durata ventennale — con cui gli sviluppatori dei data center si garantiscono in via esclusiva, e a prezzi bloccati, la produzione di specifici impianti eolici o solari della regione.
In questo modo, una quota enorme dell’energia pulita generata dal sole e dal vento pugliese viene sottratta alla transizione ecologica locale. Quella risorsa verde non servirà a decarbonizzare i distretti industriali del territorio, ad alimentare il trasporto pubblico o ad alleggerire le bollette dei residenti: rimarrà vincolata al funzionamento dei server delle multinazionali.
A ciò si aggiunge il nodo critico del carico basale. L’Intelligenza Artificiale richiede un’alimentazione ininterrotta, H24. Quando cala il sole o nei periodi di bonaccia, la rete deve comunque erogare i 2,2 Gigawatt di potenza costante richiesti dal mega-hub. Per bilanciare l’intermittenza delle rinnovabili, il sistema elettrico è così costretto a mantenere accese le centrali termoelettriche a gas di riserva o a finanziare imponenti opere di potenziamento della rete ad alta tensione.
Le ragioni della scelta: fibra ottica e stazioni di approdo
Se la questione energetica appare complessa, le ragioni che rendono la Puglia la meta ideale per gli investitori affondano le radici nella geografia delle telecomunicazioni.
La penisola pugliese rappresenta il punto d’approdo naturale nel Mediterraneo per le grandi dorsali sottomarine in fibra ottica ad altissima capacità che collegano l’Europa al Medio Oriente, all’Asia e all’Africa. Attraverso landing station strategiche e il ruolo chiave dell’hub d’interconnessione a Bari, la regione ospita già cinque infrastrutture sottomarine internazionali di primo piano:
AAE-1 (Asia-Africa-Europe 1): La colossale dorsale intercontinentale di oltre 25.000 chilometri che connette il Sud-Est Asiatico, il Medio Oriente e l’Africa all’Europa, facendo perno sulla landing station di Bari.
Jonah: Il cavo in fibra ottica del gruppo israeliano Bezeq che collega direttamente la Puglia a Haifa.
Albania Crossing 1: La dorsale sottomarina gestita da Sparkle e AlbTelecom che unisce la costa pugliese a Valona.
OTEGLOBE Kokkini-Bari: L’arteria ad alta velocità realizzata da OTEGLOBE per connettere Bari alla rete greca.
IG-1 (Italy-Greece 1): Il cavo sottomarino di WIS Telecom che collega la Puglia alla penisola ellenica e all’area balcanica.
A questo snodo consolidato si affiancano ulteriori progetti di sviluppo proiettati verso l’arco ionico, come il Magna Grecia Cable a Taranto, che confermano la Puglia quale vera e propria porta d’ingresso digitale e hub di connettività strategico per l’intero bacino del Mediterraneo.
Il progetto Adriatic DC: l’iniziativa “Italicum” e la corsa ai 2,2 Gigawatt
In questo scenario di convergenza infrastrutturale si inserisce l’iniziativa promossa da Adriatic DC Hub S.r.l., veicolo societario operativo riconducibile alla piattaforma d’investimento Hergo AI (partecipata al 45% dal gruppo Infrastrutture S.p.A.). L’operazione punta alla realizzazione di un polo industriale con una potenza complessiva che supera i 2,2 Gigawatt, posizionandosi come il progetto privato di infrastruttura digitale più imponente d’Europa e tra i più estesi al mondo.
Il piano industriale della società non si limita a interventi isolati, ma si articola su tre pilastri strategici distinti per vocazione urbanistica e scala d’impatto:
Adriatic DC Bari (Brownfield – ~200 MW): prevede la riconversione funzionale del complesso dell’ex Manifattura Tabacchi a Bari. Questo polo urbano riutilizzerà le volumetrie industriali dismesse e i nodi elettrici già presenti per rispondere alle prime esigenze di calcolo ad alta densità.
Adriatic DC Brindisi (Brownfield – ~500 MW): localizzato nell’area industriale brindisina, questo secondo polo hyperscale sfrutta la vicinanza alle infrastrutture energetiche e logistiche del porto, riqualificando superfici industriali dismesse per ospitare cluster tecnologici di medie e grandi dimensioni.
Il Mega Campus Greenfield “Italicum” (~1,5 GW): rappresenta il vero cuore pulsante dell’intero piano. Si tratta di un maxi-campus ex-novo destinato ad estendersi su una superficie record di oltre 800 ettari tra la Murgia e il litorale adriatico. “Italicum” è progettato per ospitare le cosiddette “fabbriche dell’IA”: imponenti strutture ad unico livello concepite per accogliere centinaia di migliaia di acceleratori grafici (GPU). L’impiego di una superficie agricola e periurbana così vasta per un singolo impianto da 1,5 GW solleva interrogativi senza precedenti sul consumo di suolo e sulla trasformazione del paesaggio regionale.
Il modello di business ricalca quello della hyperscale colocation: realizzare l’infrastruttura di base (immobili, allacciamenti ad alta tensione e impianti di raffreddamento) per poi cederla in locazione ai colossi tecnologici mondiali. Una potenza di queste dimensioni richiede la prenotazione di imponenti quote di energia sulla rete di trasmissione nazionale, innescando una pressione autorizzativa senza precedenti sulle risorse energetiche e idriche della Puglia.
La fisica del raffreddamento: le insidie tecniche dei “circuiti chiusi”
Un’infrastruttura di calcolo da oltre 2,2 Gigawatt — dominata dal mega-campus “Italicum” da 1,5 GW — pone sfide ingegneristiche estreme sul fronte della gestione termica. I server di ultima generazione impiegati per l’Intelligenza Artificiale operano infatti con schede grafiche ad altissima densità energetica, capaci di trasformare la quasi totalità dell’energia assorbita in calore. Senza un’estrazione termica ininterrotta, i processori vanno in blocco (thermal throttling) nel giro di pochissimi secondi.
Per superare le diffuse criticità ambientali dei vecchi impianti ad evaporazione diretta (a circuito aperto) — noti per consumare fino a 3 litri d’acqua potabile per ogni Kilowattora elettrico erogato — le società sviluppatrici presentano i propri progetti promuovendo l’adozione di impianti a circuito chiuso (Closed-Loop). In questi sistemi, un fluido refrigerante scorre all’interno di tubazioni sigillate, assorbe il calore dei chip e lo trasporta all’esterno dove viene dissipato tramite radiatori e ventilatori elettrici, promettendo sulla carta un esercizio a “consumo idrico quasi nullo”.
Tuttavia, sotto il profilo termodinamico e operativo, la narrazione del circuito chiuso cela tre insidie sostanziali:
La carica idraulica iniziale: il primo riempimento dei circuiti di raffreddamento per un hub da 2,2 GW richiede un volume primario stimato in diversi milioni di litri d’acqua vergine. Tale risorsa dev’essere demineralizzata e trattata con processi di osmosi inversa per evitare incrostazioni nei microcanali dei server. Ad oggi non è stato chiarito se questo imponente fabbisogno iniziale graverà sulla rete potabile dell’Acquedotto Pugliese o se verrà estratto tramite pozzi privati dalla falda sotterranea.
Il crollo di efficienza nelle estati pugliesi: durante la stagione estiva, quando le temperature dell’aria in Puglia superano costantemente i 35 °C, la semplice ventilazione esterna non è più in grado di raffreddare i tubi sigillati. Gli impianti sono quindi strutturalmente costretti ad attivare i sistemi adiabatici di soccorso, che nebulizzano acqua sulle batterie di scambio esterne per favorire la dissipazione del calore. Quell’acqua evapora all’istante nell’atmosfera, richiedendo un flusso costante e prolungato di acqua di reintegro proprio nei mesi di maggiore emergenza idrica per la regione.
Il cortocircuito tra acqua ed energia: per evitare del tutto l’uso dell’acqua in piena estate, i data center dovrebbero azionare giganteschi gruppi frigoriferi industriali a compressione (chillers). Questa scelta, tuttavia, non azzera l’impatto ambientale ma lo sposta semplicemente sulla rete elettrica: il risparmio d’acqua si traduce in un’impennata drastica dei consumi elettrici di servizio, peggiorando l’indice di efficienza energetica (Power Usage Effectiveness - PUE) e sovraccaricando una rete elettrica regionale già fortemente sollecitata.
La chimica degli scarichi e la vulnerabilità del carsismo pugliese
Oltre alle dinamiche quantitative dei consumi, la gestione chimica dei fluidi nei sistemi di raffreddamento introduce una grave minaccia idrogeologica per il territorio.
L’acqua che circola nei circuiti di supporto, soggetta a continui sbalzi termici ed evaporazione parziale, tende a concentrare i sali minerali disciolti. Per prevenire incrostazioni calcaree, corrosioni delle tubazioni e la proliferazione di patogeni pericolosi come la Legionella pneumophila, la risorsa viene ciclicamente trattata con additivi chimici aggressivi: biocidi industriali, antincrostanti, inibitori di corrosione e agenti sequestranti.
L’operatività ordinaria degli impianti impone quindi periodiche operazioni di spurgo (il cosiddetto blowdown): lo scarico dell’acqua esausta, chimicamente trattata e satura di sali, che dev’essere rimossa per consentire l’immissione di acqua pulita.
È in questa fase che emerge la peculiare fragilità della geologia pugliese. A differenza delle pianure del Nord Italia — caratterizzate da strati alluvionali o argillosi compatti capaci di esercitare un’azione filtrante e protettiva —, la Murgia e il Salento possiedono una struttura prevalentemente carsica. La roccia calcarea è infatti pervasa da una fitta rete di spaccature, inghiottitoi e cavità sotterranee.
Nell’eventualità di perdite dalle vasche di accumulo, guasti nei canali di scolo o uno smaltimento non idoneo delle acque di spurgo ricche di biocidi, il terreno non avrebbe poca e/o nessuna capacità di trattenere i contaminanti. Le sostanze chimiche percolerebbero rapidamente attraverso le fessure della roccia, raggiungendo in poche ore la falda acquifera profonda. Trattandosi della medesima falda da cui la regione attinge per l’irrigazione agricola e per il supporto all’approvvigionamento idropotabile, l’immissione di composti chimici rappresenterebbe una minaccia concreta per la sicurezza delle risorse idriche e per l’ecosistema marino costiero.
Il precedente americano: perché la crisi della Georgia riguarda da vicino la Puglia
Per comprendere a cosa possa condurre un’espansione incontrollata dell’industria del calcolo, le principali testate d’inchiesta internazionali — dalla BBC al The Guardian — hanno acceso i riflettori su quanto accaduto nello Stato americano della Georgia, diventato il caso studio globale sui costi sociali, ambientali ed economici dei data center per l’IA.
Come documentato dalle inchieste del The Guardian, l’improvvisa impennata di domanda energetica richiesta dai mega-campus tecnologici ha travolto la pianificazione elettrica regionale. Per evitare il collasso della rete, la compagnia elettrica statale (Georgia Power) ha chiesto e ottenuto dalle autorità di ritardare il piano di chiusura delle vecchie centrali a carbone e di costruire nuovi impianti alimentati a gas fossile. Una sterzata che ha di fatto congelato gli obiettivi di decarbonizzazione dello Stato. I costi di questo stravolgimento infrastrutturale, come evidenziato nei reportage della BBC, non sono stati sostenuti dalle multinazionali del tech, ma sono stati scaricati sulle famiglie residenti attraverso ripetuti rincari delle tariffe elettriche in bolletta, aumentate per finanziare gli adeguamenti della rete ad alta tensione.
Sul fronte idrico, le inchieste del Washington Post e del Financial Times hanno fatto luce sul doppio impatto dei sistemi di raffreddamento: oltre al prelievo di milioni di litri d’acqua potabile al giorno sottratti ai bacini locali, gli impianti scaricano nelle reti fognarie e nei corsi d’acqua reflui industriali ad alta temperatura additivati con prodotti chimici antincrostanti e biocidi (blowdown). Questa prassi ha sollevato l’allarme delle autorità sanitarie e delle associazioni ambientali locali per il rischio di contaminazione dei fiumi e delle falde idriche.
A fronte di questi costi, l’impatto occupazionale si è rivelato marginale: a cantiere ultimato, strutture da centinaia di megawatt impiegano soltanto poche decine di tecnici specializzati. La sproporzione tra risorse assorbite e benefici per il territorio ha provocato una reazione politica talmente trasversale che il Parlamento della Georgia ha approvato a larga maggioranza bipartisan una legge (House Bill 1192) per sospendere le agevolazioni fiscali statali concesse ai data center.
La lezione documentata dalla stampa internazionale offre alla Puglia un monito puntuale: in presenza di un clima caldo, di una rete elettrica sollecitata e di una forte fragilità idrica, l’assenza di regole stringenti rischia di scaricare sul territorio i medesimi costi ambientali e tariffari.
La sfida posta dalla “Puglia Data Center Valley” e dal mega-campus “Italicum”, quindi, non nasce da un rifiuto ideologico del progresso o dell’innovazione digitale. Si tratta, al contrario, di una questione fondamentale di tutela e sovranità territoriale: stabilire se una regione storicamente fragile, segnata dal rischio di desertificazione e da ricorrenti crisi idriche estive, debba cedere le proprie risorse primarie a un modello industriale ad altissimo impatto e basso ritorno occupazionale diretto.
Trasformare la Puglia nell’hub energetico e idrico dell’Intelligenza Artificiale senza garanzie vincolanti significa accettare una logica squisitamente estrattiva. Una dinamica in cui i beni comuni essenziali vengono convertiti in profitto privato per i colossi del tech, lasciando alla collettività l’intero carico dei rischi idrogeologici, ambientali ed energetici.
Dunque, attivare gli strumenti della democrazia ambientale, pretendere l’Inchiesta Pubblica e vincolare le istituzioni alla tutela rigorosa delle risorse idriche rappresentano oggi l’unico argine legale per salvaguardare la salute pubblica, proteggere la fragile falda carsica e garantire la sovranità delle comunità sul futuro del proprio territorio.
Gli strumenti della democrazia ambientale: dal precedente di Rozzano all'Inchiesta Pubblica
Di fronte a progetti infrastrutturali di questa portata, le comunità locali non sono prive di strumenti di tutela. A dimostrare l’efficacia dell’attivazione dal basso è il precedente di Rozzano, nell’hinterland milanese, un territorio diventato uno dei principali hub di data center del Nord Italia. Lì, la reazione di comitati cittadini, associazioni e residenti di fronte all’insediamento di imponenti server farm ha dimostrato come la pressione civica possa imporre uno stop all’opacità dei progetti. La mobilitazione popolare ha infatti costretto le amministrazioni a pretendere trasparenza sui consumi reali, valutazioni di impatto ambientale stringenti e garanzie vincolanti sull’assorbimento energetico.
La normativa ambientale europea e nazionale, infatti, mette a disposizione delle comunità due leve giuridiche ed amministrative fondamentali per esercitare questo diritto:
1. La pressione sulle Amministrazioni Comunali e l’autorità del Sindaco
Ai sensi dell’articolo 32 della Legge 833/1978 e dell’articolo 50 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL - D.Lgs. 267/2000), il Sindaco è l’Autorità Sanitaria Locale, nonché il responsabile primario della salute pubblica e della pianificazione del territorio.
I cittadini e i comitati hanno il diritto di promuovere mozioni popolari e chiedere ai Consigli Comunali l’approvazione di delibere di indirizzo vincolanti. Con tali atti, i Comuni coinvolti dall’asse Bari-Brindisi possono condizionare le varianti urbanistiche e i permessi di costruire, subordinandoli alla presentazione da parte di Adriatic DC e degli altri sviluppatori di:
Un bilancio idrico ed energetico di dettaglio, asseverato da enti terzi indipendenti;
L’impegno contrattuale a non attingere dalle falde acquifere profonde né dalla rete potabile pubblica per i sistemi di raffreddamento e di soccorso adiabatico;
Un piano di monitoraggio continuo sulle emissioni acustiche e sulle vibrazioni a bassa frequenza.
2. La richiesta formale di Inchiesta Pubblica nella VIA (Valutazione di Impatto Ambientale)
Ancor più incisivo sul piano procedurale è il ricorso all’Inchiesta Pubblica, istituto disciplinato dall’articolo 24 del Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006). All’interno delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) — sia regionali che statali — la norma prevede che cittadini, associazioni ed enti locali possano esigere l’indizione di una fase di dibattito pubblico formale prima del rilascio dei pareri autorizzativi definitivi.
L’Inchiesta Pubblica non è un semplice incontro informativo, ma un vero e proprio procedimento istruttorio ufficiale che:
Obbliga i promotori del progetto a presentarsi in udienze pubbliche per rispondere punto su punto alle criticità tecniche sollevate dal territorio;
Costringe le società a depositare la documentazione tecnica sui biocidi impiegati, sulle modalità di smaltimento delle acque di spurgo (blowdown) e sulle reali sorgenti dell’energia e dell’acqua impiegate;
Consente alla popolazione e ai tecnici di parte di depositare osservazioni che l’autorità competente (Regione o Ministero) è tenuta per legge a valutare ed esplicitare motivatamente nel provvedimento finale di VIA.
Conclusione
Se l’era dell’Intelligenza Artificiale ci ha abituati all’idea di un progresso impalpabile e fluttuante sopra le nostre teste, la vicenda della “Data Center Valley” ci riporta bruscamente a terra. Il cloud non fluttua nel cielo: poggia su risorse reali, scarse e vitali per la sopravvivenza dei territori.
La domanda fondamentale che questa stagione ci pone non riguarda la tecnologia in sé, ma la direzione del nostro modello di sviluppo. Siamo davvero disposti a barattare l’autonomia idrica ed energetica di intere regioni in cambio della promessa di diventare la periferia di calcolo dei colossi mondiali del tech?
L’innovazione non può essere una cambiale in bianco firmata a spese delle risorse collettive. Prima che le colate di cemento sigillino centinaia di ettari e che i circuiti di raffreddamento inizino a sollecitare le nostre falde, le istituzioni e i cittadini hanno la responsabilità di porre una linea d’ombra: scegliere se guidare il cambiamento imponendo limiti ambientali invalicabili, o se subirlo, scoprendo troppo tardi che nessun algoritmo potrà mai dissetare una terra rimasta a secco.
Fonti e Bibliografia
Afshar Majd, M. (2026) — AI’s Territorial Blind Spot: Data Centres, Scalar Mismatch, and the Limits of Territorial Equalisation in Italy. Politecnico di Torino, Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST). ORCID: 0009-0001-3635-5861.
WWF Italia (2024) — DATA CENTER: Quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?. Rapporto di analisi energetico-ambientale: https://www.wwf.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/data-center-quanti-dove-e-come-e-soprattutto-alimentati-con-quali-fonti-energetiche/
Inchieste sul territorio (2026) — Una valle di server. Il grande affare dei data center in Puglia. Dossier d’inchiesta sull’impatto di Adriatic DC e del mega campus Italicum, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/datacenter-server-puglia/
Adriatic DC & Hergo AI (2026) — The Mediterranean Hub for AI Infrastructure: Apulian Portfolio Strategy & Campus Architecture. Documenti ufficiali e schede di posizionamento del programma industriale (Bari, Brindisi e campus Italicum): https://adriaticdc.com
Legge 23 dicembre 1978, n. 833 — Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (Art. 32: Attribuzioni e poteri del Sindaco quale Autorità Sanitaria Locale).
D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (TUEL) — Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali (Art. 50: Competenze del Sindaco nella tutela della salute pubblica e dell’ambiente).
D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 — Norme in materia ambientale / Codice dell’Ambiente (Art. 24: Partecipazione del pubblico al procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale e istituto dell’Inchiesta Pubblica).
Terna S.p.A. — Portale Dati e Trasparenza della Rete di Trasmissione Nazionale (RTN): Dati ufficiali sulle richieste di connessione (STMG/STPAS) per data center sul territorio nazionale e regionale (Lombardia, Piemonte, Puglia) aggiornati al primo trimestre 2026.
ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) — Relazione Annuale sullo Stato dei Servizi e Focus sui Power Purchase Agreements (PPA).
Acquedotto Pugliese S.p.A. (AQP) & Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale — Piano di Gestione del Distretto Idrografico e Rapporto sullo stato di sofferenza delle falde calcaree e carsiche della Puglia.
The Guardian — Inchieste sull’impatto energetico e il prolungamento delle fonti fossili: “Data centers are driving a surge in fossil fuel use in the US” e “US electric utilities push for more coal and gas as AI surges” (2024–2025).
BBC News — Reportage su consumi idrici e rincari tariffari: “How AI’s thirsty data centers are impacting local water supplies and electricity bills” (2024–2025).
The Washington Post — Inchieste sulle falde e sui reflui chimici: “AI is draining America’s aquifers and straining local water networks” (2024).
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Li, P., Yang, J., Ren, S., et al. (UC Riverside / UT Arlington) — “Making AI Less Thirsty: Uncovering and Unraveling the Secret Water Footprint of AI Models” (2023/2024).
Southern Environmental Law Center (SELC) — Report on Georgia Power’s Integrated Resource Plan (IRP), Data Center Growth and Coal Ash Water Contamination (2023–2025).
OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) — Measuring the Environmental Impact of Artificial Intelligence Compute and Applications (OECD Digital Economy Papers).
